Che la lettura e la scrittura siano attività che interessano le capacità motorie è cosa ormai risaputa. Già la Montessori, alla fine degli anni ’30 del novecento, intuì quanto lo sviluppo della motricità fine della mano avesse enormi implicazioni con la scrittura e come la capacità di orientare se stesso nello spazio abbia rilevanti conseguenze sulla capacità di lettura.

Come non essere d’accordo sul dato di fatto che siamo predisposti geneticamente e quindi mentalmente ad una vita orientata nello spazio delle tre dimensioni e ordinata nel tempo?

Chi è abituato a scrivere lo fa in maniera automatica, senza accorgersi che scrivere anche una semplice parola, in un dettato per esempio, significa, per la nostra mente, decodificare una serie di suoni ordinati nel tempo e tradurli in segni grafici ordinati nello spazio del foglio o di un qualsiasi supporto.

Leggere, alla stessa maniera, comporta un’analisi visiva dei segni grafici sul foglio, capirne il significato in base alla loro disposizione ordinata nello spazio ed infine tradurli in movimento (prassia) per poter produrre il suono delle parole.

Per ogni persona, ora è facile  comprendere come, due semplici attività come scrivere e leggere comportano non pochi problemi nel momento in cui ha difficoltà ad orientare se stesso nello spazio e nel tempo tanto che il comportamento dei bambini dislessici spesso mostra goffaggine e mancanza di coordinamento nei movimenti.

Non a caso l’età in cui a scuola si comincia ad imparare la lettura e la scrittura corrisponde alla fine, come afferma Jean Piaget, del pensiero pre-operatorio e l’inizio dello stadio operatorio-concreto, nel quale il bambino è capace, a livello mentale, di manipolare i simboli in modo logico.

Possiamo affermare che le scarse abilità visuo-spaziali sono il principio di una difficoltà che determina in maniera notevole tutta la carriera scolastica di uno studente. Nelle persone con DSA queste abilità sono compromesse perché è la capacità di lateralizzazione, cioè quella attitudine a dare un verso in relazione allo spazio; quindi avremo una persona che avrà difficoltà a seguire il rigo, che confonderà le lettere specularmente orientate nello spazio come addirittura nella comprensione di un intero testo, sempre che questo abbia delle connotazioni spaziali di orientamento nel foglio.

Fatto curioso, rispetto alle difficoltà di apprendimento trattate fin qui, è che negli USA il termine “dislessia” è stato sostituito con “reading disabilities ereading retardation” (disabilità di lettura e ritardo di lettura). Addirittura la categoria degli optometristi ha una sua classificazione rispetto alla dislessia, infatti questa difficoltà viene inserita sotto la voce “problema visuopercettivo di organizzazione spaziale”, evidenziando come questo problema abbia radici nella mancata abilità di organizzazione spaziale.

Per quanto concerne la lettura, il coordinamento tra attività di analisi e decodifica del grafema ed atto motorio dell’esposizione della parola parlata, è solo il principio se si pensa allo sforzo mentale per addurre a questo processo, di per sé già complicato, l’espressione, cioè il rispetto dell’armonia della parola, seguendo le pause dettate dalla punteggiatura.

Imparare a leggere correttamente è un processo che ha bisogno di tre parametri definiti a livello temporale: successione, durata e ritmo che a pensarci meglio compongono la struttura del tempo.

In conclusione, una disfunzione nell’organizzazione spazio-temporale emerge anche in una pregna quantità di studi sperimentali condotti su persone dislessiche, tanto da permetterci un collegamento tra questa difficoltà con una carenza prassica, quindi motoria, all’interno della dimensione spaziale e temporale, che marca il nostro mondo.