Dando un rapido sguardo ai dati Istat relativi al totale degli alunni Italiani accompagnati di una diagnosi DSA, si può notare un preoccupante aumento.
Leggendo i dati riguardanti gli anni 2010/2011 riscontriamo un bacino di 64.227 alunni sulla totalità italiana, ma basta analizzare il dato relativo agli anni 2014/2015 perché questo bacino cresca più del doppio con 186.803 alunni.
La tendenza è in maniera inquietante al rialzo, possiamo solo immaginare quale sia il dato riferito al periodo più recente e vicino ai giorni nostri.
Se allarghiamo il campo di ricerca al numero totale dei BES nelle scuola (dato inclusivo di alunni con diagnosi DSA), allora si arriva a superare il milione di alunni.
Stando ai dati incontrovertibili dell’Istat dovremmo essere nel pieno di un focolaio epidemico di malattie e disturbi psichiatrici.

Iter legislativo medicalizzante

Se prima potevamo appellarci alla legge 104/92 per ottenere una certificazione di disabilità, oggi con la legge 170/2010 si sono riconosciute nel mondo scolastico nuove malattie e disturbi e quindi si è cominciato a parlare di DSA. Con la Direttiva Ministeriale del 27 Dicembre 2012 è stata introdotta e sdoganata l’etichetta BES nelle scuole.

DSA è un disturbo attualmente inserito nel manuale diagnostico della Classificazione Internazionale delle Malattie – ICD-10 (OMS, 2008), denomina i Disturbi di Apprendimento nella categoria F-81 “Disturbi Specifici dello Sviluppo delle Abilità Scolastiche” (DSSAS) che si trova sul capitolo su “Disturbo dello Sviluppo Psicologico”.
Ottenere una diagnosi DSA sembra essere diventata una prassi e basta rivolgersi da un neuropsichiatra, per ottenerla. L’appellativo di BES con conseguente PDP è invece prerogativa della scuola, infatti basta l’approvazione del consiglio di classe riunito insieme al team dei docenti, come si evince dalla Circolare Ministeriale 8/2013.
Sviluppo dell’aspetto medicalizzante

Ecco fatto! A questo punto siamo di fronte al primo cambiamento epocale, cioè abbiamo assistito al momento in cui la scuola ha deciso di cambiare la sua impostazione pedagogica e didattica per preferirne una medicalizzante.
Probabilmente questo tipo di organizzazione è stata preferita per la sua facilità di utilizzo e sottrazione alle responsabilità educative verso quegli alunni che hanno più bisogno.
A questo punto potremmo parlare a lungo di inclusione scolastica mancata, causa del fenomeno dell’etichettamento. Questo nei soggetti più sensibili, come afferma il sociologo Howard S. Becker, produrrebbe effetti sociali negativi, e poi, non era forse Don L. Milani, che nel suo libro “Lettera ad una professoressa”, parlando dei ragazzi più bisognosi didatticamente, scriveva:

…Voi dite di aver bocciato – [o etichettato, ndr] – cretini e svogliati.
Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi…

Se ogni persona è unica nella sua soggettività, vorrebbe anche dire che ognuno di noi ha delle esigenze didattiche e modalità di apprendimento differenti. Quindi tutti quanti possiamo essere considerati BES e abbiamo diritto ad un PDP. A questo punto mi chiedo se la scuola non faccia prima ad attuare strumenti facilitanti o pratiche di vera inclusione per tutti. Questi già da anni sono descritti nei trattati montessoriani, il più delle volte snobbati nella scuola italiana, o rappresentati in molti trattati pedagogici, quali la scuola senza zaino; il lavoro di gruppo; il circle time; il mutuo insegnamento, sperimentato con successo dalla A. Bernardoni; i laboratori maieutici che mettono in atto strategie per aumentare la “motivazione all’apprendimento”, tanto cara ad Antonine de La Garanderie; la disposizione condivisa della classe anziché una classica disposizione frontale; e potremmo citare ancora tante altre soluzioni. In fondo se uno strumento è facilitante per un alunno con difficoltà, dovrebbe essere ancora più facilitante per un alunno “più bravo”.

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Essere etichettato BES non vuol dire avere una qualche sorta di malattia, ma semplicemente essere di fronte ad una persona che è più portata verso un apprendimento diverso da quello usuale. Sarebbe quindi auspicabile, per questi ragazzi, essere seguiti da una scuola che insegni loro come le difficoltà si superano con l’impegno, a volte anche con la fatica, e non, come oggi è frequente, con strumenti “compensativi e dispensativi”.
Pensiamo davvero che questi due “strumenti” saranno utilizzati una volta che questi alunni, cresciuti e diventati uomini, avranno accesso al mondo del lavoro?