Un argomento fondamentale, non solo per la trattazione dei rapporti genitori-adolescenti, è quello del dialogo pedagogico. Questo particolare strumento a disposizione dell’adulto capace, fornisce la possibilità che si riduca il distacco con l’altro, sia esso il figlio o un qualsiasi interlocutore.
Ho utilizzato volutamente, in relazione all’utilizzo di questo strumento, la parola “adulto capace” perché per padroneggiarne l’impiego abbiamo bisogno sicuramente di esercitarci.

In questo articolo, per esigenze di brevità, accennerò soltanto ad alcune caratteristiche, quelle più importanti e di facile approccio, anche se, per comprendere la vera essenza del dialogo pedagogico, bisognerebbe entrare più nel dettaglio, per capire i concetti complessi che fanno parte della sfera dell’apprendimento (spazio, tempo, meta-cognizione, consapevolezza).
Il dialogo pedagogico fa parte ed è compreso nel più vasto dialogo universale, che ha la funzione di unire gli esseri tra loro e che fa sì che ogni parola enunciata risulti comunicativa, cioè parlata ed udita insieme.
Il dialogo ha inizio quando il giovane è di fronte ad un problema esistenziale. Non abbiate paura di avvicinarvi all’altro e fargli sapere che lo percepiamo diverso o quantomeno preoccupato. Un accorgimento importante è il non chiedere, perché chiedere presuppone una risposta forzata.
lo spazio del dialogo con i propri figli si riassume con una citazione di Luigi Stefanini che riferendosi ad un’ameba che quando viene toccato da un corpo estraneo comincia a contorcersi e si contrae, prima di concentrare le sue energie sull’intruso, dice:


“il trauma è il punto di passaggio obbligato per giungere alla sanità morale e intellettuale”

Il dialogo non ha fretta, dedichiamoci del tempo per parlare e per ascoltare. Oggi è sempre più difficile concepirsi

in uno spazio temporale ampio anche se è importante comprendere che esistono due aspetti fondamentali quando si vuole comunicare: lo spazio ed il tempo. J.J.Rousseau ci dice che un’educazione naturale non può avvenire seguendo i dettami della società, ma deve necessariamente fondersi nell’uomo visto come essere autonomo. In pratica, che anche se viviamo in una società frenetica, l’educazione, che è naturale, deve essere sempre trattata rispettandone la propria natura che risiede nella lentezza.

Dobbiamo ascoltare senza interrompere, anche quando percepiamo il nostro interlocutore in difficoltà. L’ascolto partecipato non si concentra solo sul parlato ma anche sugli stati d’animo di chi ci parla. Dobbiamo percepire il nostro interlocutore come un tutt’uno tra anima e corpo. Cerchiamo d’imparare ad accettare non solo ciò che ci dice ma anche le emozioni che vuole comunicarci. Per riuscire in questo intento dobbiamo necessariamente cercare di creare una situazione di sospensione del giudizio che in ambito pedagogico si traduce con la parola greca “epoche”.
Impariamo ad intervenire solamente per riformulare frasi già espresse da chi ci sta parlando, utilizzando questo tipo di formula: “mi è parso di capire che…”, oppure “fammi capire meglio…”, “se non sbaglio hai detto che…”, ecc….
Cerchiamo, per quanto è più possibile di evitare di dare consigli. Dobbiamo capire che accettare nostro figlio o un interlocutore più in generale, vuol dire abbracciare le altrui decisioni senza giudicarle.
Cerchiamo di sostenerlo con frasi del tipo: “sono contento del fatto che ti sforzi per farmi capire”, so che non mi deluderai perché sei molto bravo quando ti impegni”.
Ecco, questi sono solo alcuni accorgimenti da tener presente per far sì che il dialogo pedagogico possa avere successo. Possiamo partire da qui, seguendo questi spunti per cominciare ad esercitarci per diventare adulti migliori per i nostri giovani.